60 giorni di Extension Lounge automatizzato: i numeri reali


Il 6 maggio ho promesso questo articolo con una data stampata: 15 luglio. Scrivevo: quando i funnel WhatsApp del salone avranno sessanta giorni di dati alle spalle, esco con tutto. Messaggi inviati, tassi di conversione, ore risparmiate, errori fatti.

Il 15 luglio non è uscito niente. Esce oggi, con ottantadue giorni di ritardo. In cambio posso offrirti una cosa sola: più dati di quelli promessi. Non sessanta giorni di salone automatizzato: ottantasei, senza contare le cinque settimane d'estate a campagne spente.

La promessa che non posso mantenere

Dei quattro numeri promessi, uno non esiste: le ore risparmiate.

Non le ho mai misurate. Per dirti quante ore mi fa risparmiare l'automazione dovrei avere un registro di quanto costava il follow-up manuale prima, e quel registro non l'ho mai tenuto. Potrei stimarlo, e la stima suonerebbe benissimo. Ma una stima raccontata come misura è esattamente il numero che trovi in ogni caso studio sull'automazione, ed è il motivo per cui dei casi studio sull'automazione non ti fidi.

Quindi quel numero qui non c'è. Gli altri tre ci sono tutti, fino all'ultimo scontrino. E alcuni non mi fanno fare bella figura.

Cosa c'è dentro il "salone automatizzato"

Prima i fatti, senza numeri. Sul sito del salone c'è un quiz: chi cerca extension risponde a sei domande e lascia nome e telefono. Da lì parte una sequenza di tre messaggi WhatsApp automatici, personalizzati sull'obiettivo dichiarato: allungamento, volume, cambio di look, o consiglio di un'esperta. Se la persona risponde, in qualsiasi momento, la sequenza si ferma e la conversazione passa a un essere umano. Attorno al quiz: un modulo contatti dentro Meta, un modulo sulla pagina principale del sito, e una campagna Google in formato Performance Max, quello in cui è Google a decidere da solo dove e a chi mostrare gli annunci.

Questo è il sistema. Non un robot che applica le extension: una macchina che raccoglie richieste, le segue con costanza, e chiama noi quando serve una persona.

La parte alta del funnel: i numeri belli

A luglio, prima della pausa estiva, la campagna Google girava così: 509,10 euro spesi dal 1 al 26 luglio, 3.887 clic, 77 conversioni registrate da Google. Costo per conversione: 6,61 euro. Nel foglio dove arrivano le richieste vere del quiz, che è il conteggio che mi fido a usare: 71 contatti netti, 7,17 euro l'uno. La soglia oltre la quale mi ero ripromesso di intervenire era venti euro. Non mi ci sono mai avvicinato.

A settembre, dopo cinque settimane di pausa totale, la campagna ha ripreso quasi lo stesso passo: nella prima settimana di riapertura 135,82 euro spesi e 22 contatti netti, 6,17 euro l'uno.

Un inciso su quei "77 contro 71", perché è una lezione da due righe che vale più di molti corsi: Google dichiarava 77 conversioni, il mio foglio ne contava 71 vere. La piattaforma conta i suoi eventi, il foglio conta le persone. Quando i due numeri divergono, e divergono sempre, fidati del posto dove c'è scritto un nome e un telefono. Tutti i conteggi di questo articolo vengono da lì.

Se il caso studio finisse qui, sarebbe l'ennesimo articolo di uno che ti mostra il costo per contatto e conclude che l'automazione funziona. Il costo per contatto è il numero più fotogenico e meno importante di tutto il funnel. Continua a leggere.

La parte centrale: dove i numeri si guastano

Ho preso i 104 contatti arrivati dal quiz tra il 14 maggio e il 30 giugno e li ho seguiti uno per uno, fino in fondo.

55 non hanno mai risposto ai messaggi. Il 53 per cento: silenzio. 13 hanno detto no in modo esplicito, e 5 di quei no avevano lo stesso motivo, evitabile: abitano fuori Roma, e il filtro geografico che avevo pronto da giugno non l'ho mai acceso. 10 hanno premuto il bottone di prenotazione. Gli acquisti confermati in quella finestra: uno.

In mezzo c'è anche un'ipotesi morta che vale la pena mostrare in pubblico. Ero convinto che la domanda del quiz sull'urgenza separasse i contatti seri dai curiosi: sulla prima settimana di dati sembrava vero, i "curiosi" non prenotavano mai. Su sei settimane la storia cambia: chi si dichiara curioso prenota quanto chi si dichiara urgente, tutti tra l'8 e il 12 per cento. La domanda non predice niente. Il segnale era un artefatto del campione piccolo. Se avessi filtrato i curiosi come volevo fare, avrei buttato 4 prenotazioni su 10.

E un errore l'ho pagato in contanti: il 22 maggio ho rivisto il quiz mettendo il prezzo più in vista, per scremare. La quota di curiosi è rimasta identica. Il volume è crollato da 4,3 contatti al giorno a 0,6, per tre settimane. Ho scremato i clienti, non i curiosi.

La parte bassa: il conto col gestionale alla mano

Fino ad agosto il conto si fermava lì, perché il registro di chi aveva comprato davvero era vuoto. Il 2 settembre l'ho chiuso: ho esportato l'anagrafica clienti da WeGest, il gestionale del salone, e uno script ha incrociato per numero di telefono i 192 contatti di maggio-luglio con le schede reali.

Ecco il fondo del funnel, per esteso.

Dei 182 contatti arrivati dal quiz, 6 sono diventate clienti nuove del salone. Di queste, 4 hanno comprato, per 8.110 euro di fatturato. Dei 10 contatti arrivati dal modulo Meta: zero venute, zero euro. E 12 persone avevano preso un appuntamento e non si sono mai presentate.

La spesa pubblicitaria del trimestre era 2.047 euro. Rifacciamo la scala dei costi, dall'alto verso il basso: un contatto costa 7 euro. Una cliente nuova che entra davvero in salone costa circa 310 euro. Una cliente che compra costa circa 460 euro. Più di sessanta volte il costo per contatto.

Il rapporto che tiene in piedi tutto è l'ultimo: il fatturato generato è circa 4 volte la spesa pubblicitaria. La soglia che mi sono dato per scalare è 3: sotto quel rapporto, il margine vero arriva solo se la cliente torna, ed è troppo fragile per costruirci sopra. Sopra, si può aggiungere spesa a passi del 20-30 per cento.

Un ultimo numero da quel match, il più utile per ridimensionarsi: delle 40 clienti nuove del salone da maggio, 6 vengono dal quiz. Il 15 per cento. L'automazione non ha sostituito il passaparola, la vetrina di via del Tritone, il lavoro fatto in poltrona. Ha aggiunto un canale misurabile accanto a tutto questo.

Eliyahu Goldratt l'ha scritto quarant'anni fa in The Goal, il romanzo gestionale da cui nasce la teoria dei vincoli: un sistema va alla velocità del suo punto più stretto, e ogni guadagno fatto lontano dal collo di bottiglia è un guadagno apparente. Il mio punto più stretto non è mai stato il costo per contatto. È tutto quello che sta tra il contatto e la poltrona: il 53 per cento di silenzio, le 12 prenotazioni mai arrivate in salone, il filtro geografico spento. Per questo il 27 luglio ho messo in pausa la campagna più efficiente che avessi mai avuto: comprare domanda a monte di un collo di bottiglia non produce clienti, produce contatti che invecchiano.

Gli errori fatti, in colonna

Li ho promessi il 6 maggio, li elenco senza attenuanti. Il filtro geografico: pronto da giugno, mai acceso, almeno 5 contatti persi per un motivo noto. La revisione del quiz del 22 maggio: tre settimane di volume bruciato per un'ipotesi sbagliata. Il modulo della pagina principale: ha smesso di scrivere i contatti nel foglio ad aprile per una colonna rinominata, e nessuno se n'è accorto per quattro mesi e mezzo, perché chi completava il quiz veniva salvato comunque per un'altra strada; scoperto il 7 settembre, tre contatti persi accertati, ricontattati a mano. E la regola di validazione dei numeri di telefono: scartava come falsi i numeri da 9 cifre, che per due mesi ha buttato via anche numeri veri della vecchia numerazione TIM. Le persone dietro quei numeri esistevano. Ho scritto loro a mano, a settembre.

Pubblico questa lista per lo stesso motivo per cui a giugno ho scritto che il salone è la mia sandbox, il banco di prova dove gli errori li pago io e non un cliente: ogni sistema che vendo alle piccole imprese italiane è passato prima da qui, errori compresi. Un caso studio senza la colonna degli errori non è un caso studio. È una brochure.

La settimana in cui è ripartito tutto insieme

Il salone ha riaperto il 1 settembre, gli appuntamenti sono ripartiti il 9. Le campagne si sono riaccese con la grazia di un motore fermo da cinque settimane: Google è ripartito il 1 settembre spendendo 26 centesimi, frenato da due immagini rifiutate dai controlli di Google, e Meta si è riaccesa solo il giorno dopo, a mezzogiorno. Poi la macchina ha ingranato: 22 contatti la prima settimana, una media di 3 al giorno nei primi dodici giorni di settembre, 304,98 euro spesi al 12 del mese. Tra il 31 agosto e il 6 settembre, tre persone hanno comprato online la consulenza da 60 euro senza che nessuno le chiamasse.

C'è un dettaglio in quei tre acquisti che vale più dei tre acquisti: ognuno dei tre pagamenti corrisponde esattamente a un contatto già presente nel foglio, con la sua riga, la sua data, la sua storia. La riconciliazione tra chi paga e chi era entrato nel funnel torna al centesimo, senza righe orfane. Sembra contabilità noiosa. È la differenza tra dire "la pubblicità porta clienti" e poterlo dimostrare: a maggio non ero in grado di fare questo incrocio, e infatti per quattro mesi non ho saputo quanto costasse davvero una cliente.

E lunedì 8 settembre ho fatto la cosa meno automatizzata dell'anno: una sessione a scrivere 33 messaggi a mano, uno per uno, a contatti che il sistema aveva in pancia da mesi. Bozze mai inviate, rinvii mai ripresi, appuntamenti sfumati. A fine settimana c'erano 5 consulenze in agenda arrivate dal funnel. Si sono presentate in due: una ha disdetto, due non si sono fatte vedere. Nessuna, a oggi, ha comprato in salone. Cinque appuntamenti, due presenze, zero vendite: il collo di bottiglia non si è spostato, si è allargato.

Guarda bene la sequenza, perché è la sintesi onesta di ottantasei giorni: l'automazione ha raccolto i contatti, li ha seguiti, li ha tenuti in ordine con la loro storia scritta. A trasformarli in appuntamenti, la settimana della riapertura, è stato un pomeriggio di messaggi scritti da un essere umano. Chi ti vende l'automazione come sostituto delle persone ti sta vendendo solo la parte alta del funnel.

Il conto da fare sul tuo funnel

Se compri traffico per la tua attività, il costo per contatto ti dice se la pubblicità funziona. Solo il rapporto tra fatturato e spesa ti dice se il business funziona. Nel mio caso: 6,61 da una parte, 4 volte la spesa dall'altra, e in mezzo un collo di bottiglia che nessuna campagna può comprare.

Parti da qui, entro 24 ore: prendi gli ultimi 90 giorni, conta quante delle persone che ti hanno lasciato il numero hanno comprato qualcosa, e dividi il fatturato che hanno generato per quello che hai speso. Se il rapporto è sopra 3, puoi permetterti di crescere. Se è sotto, il tuo problema non è a monte. E se il conto non riesci proprio a farlo, hai trovato il vero primo problema: non ti manca il traffico, ti manca il registro.


Vuoi il prossimo articolo? Iscriviti alla newsletter — un articolo a settimana.

mad.academy

AI e automazione per chi non programma. Ogni lunedì un articolo dai miei sistemi reali: cosa ho costruito, i numeri veri, gli errori compresi.

Read more from mad.academy

Ogni sera un task programmato (un'automazione che parte da sola, senza che io la avvii) scandaglia i miei progetti e scrive un report: cosa ha funzionato, cosa si è fermato, cosa aspetta una decisione da troppi giorni. È il sistema che dovrebbe avvisarmi quando qualcos'altro si rompe in silenzio. Quest'estate ho scoperto che si era rotto lui. Un numero che non tornava Questi report li numero in sequenza: v93, v94, v95. Un giorno è uscito il v96. Il successivo, prodotto cinque giorni dopo,...

A metà agosto, nel file di stato di una delle mie automazioni, c'era una lista di quattro voci. Ognuna finiva con la stessa istruzione: non ri-segnalare. Due memorie, non una Il task programmato si chiama el-wa-reply-drafts e gira da solo tre volte al giorno. Legge le risposte WhatsApp arrivate ai contatti del salone, e per quelle azionabili prepara una bozza di risposta che io poi invio a mano. Il 17 agosto ha girato per la quarantottesima volta di fila. Per non rifare il lavoro già fatto...